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Truth is stranger than fiction.

Cinque semplici paroline che Guy Lawson, l’autore di questa brillante inchiesta giornalistica, o come la definiscono gli americani investigative storytelling, ha messo nel suo profilo Twitter e che ci ricordano come, molto spesso, la realtà e la cronaca ci offrano storie incredibili, paradossali, assurde, ma incredibilmente autentiche e affascinanti. Da meritarsi un libro e, perchè no, anche un film.

Trafficanti Guy LawsonVe lo dico subito, prima ho letto il libro e poi ho visto anche il film di Todd Phillips con un duo molto ben affiatato sul grande schermo come Jonah Hill nei panni di Efraim Diveroli, e Miles Teller, in quelli di David Packouz. E, se posso permettermi, vi consiglio di goderveli in quest’ordine perchè, come accade quasi sempre, Trafficanti, edito da Edizioni Piemme, 278 pagine per 18,50 euro, merita di essere per prima cosa letto nell’ottima traduzione di Rachele Salerno e poi, eventualmente, visto nella riduzione cinematografica che, come spesso accade, ha romanzato alcune parti e tralasciato una serie di dettagli, personaggi e situazioni non proprio trascurabili, tra i quali Alex Podrizki, il terzo membro della banda, che viene invece citato nel titolo originale del lungo articolo di Guy Lawson poi trasformato nel 2016 nel bestseller n. 1 del New York TimesArms and the Dudes: How Three Stoners from Miami Beach Became the Most Unlikely Gunrunners in History.

Tutto nasce da una felice intuizione dell’autore che scriveva per Rolling Stone e stava cercando una di quelle ispirazioni che il suo direttore definiva “storie di giovani che realizzano imprese incredibili”. Il fiuto di un affermato giornalista giramondo come Lawson lo spinge quindi ad approfondire la vicenda di tre ventenni ebrei che frequentano la stessa sinagoga a Miami Beach, David Packouz, Efraim Diveroli e Alex Podrizki: il primo ha un diploma da massaggiatore, il secondo è stato cacciato dalla high school, mentre il terzo è disoccupato e sbarca il lunario spacciando. Nel gennaio 2007 con la AEY, una piccola società di comodo lasciata a Diveroli dal padre, i tre si erano aggiudicati un appalto del dipartimento della Difesa americana per una fornitura di munizioni per l’esercito afghano di ben 300 milioni di dollari. Ora, non so se abbiate mai avuto a che fare con una fornitura per il Governo o la pubblica amministrazione, ma un appalto da 300 milioni di dollari per armare un esercito straniero non sembra proprio una passeggiata di salute.
E, quindi, la domanda nasce spontanea: come diavolo ci sono riusciti questi tre dudes senza entrature politiche, qualifiche ed esperienza?

Lawson ricostruisce questa storia davvero incredibile, e per certi aspetti inquietante se pensiamo alla portata internazionale e agli interessi in gioco, a partire da un’intervista con David Packouz, all’inizio l’unico dei soggetti coinvolti nella vicenda disponibile a parlargli a margine del processo per truffa intentato dal governo federale.

A differenza dello stereotipo hollywoodiano del trafficante di armi – un criminale senz’anima che vende morte –, Packouz sembrava il tipico ragazzo tranquillo che avrebbe potuto avviare una startup nella Silicon Valley.
Ma invece di creare un’applicazione sensazionale, lui e i suoi amici avevano scelto di travestirsi da trafficanti di armi di una specie precoce, scaltra e sorprendentemente efficace.

L’articolo che Lawson pubblica sul Rolling Stone nel 2011 suscita forte clamore, mettendo a nudo le carenze del sistema di approvvigionamento militare che fa acqua da tutte le parti, è facilmente permeabile a truffe e inganni, coinvolge personaggi poco raccomandabili ed è soprattutto associato ad un decennio di guerra e illegalità. Ma non basta.

Il giornalista non si ferma alla superficie di quanto emerge dal processo e continua a scavare, si legge ostinatamente tutte le trascrizioni del tribunale, si studia il funzionamento degli appalti della Difesa e prova ad intervistare, senza successo, gli ufficiali coinvolti. E quello dei vertici militari è un silenzio pesante che vale mille parole.
Inoltre, dopo l’iniziale reticenza, anche Efraim Diveroli, la vera mente di tutto il piano che, a sua volta, raccoglierà in un libro autobiografico le sue memorie sulla vicenda, decide di parlargli dal carcere, mentre Alex Podrizki si sbottona e gli racconta la sua esperienza con i gangster in Albania (questa, ad esempio, è una delle lacune del film di Todd Phillips che in Albania spedisce Packouz senza mai far comparire Podrizki).
Un altro che si confida con Lawson è Ralph Merrill, un anziano uomo d’affari mormone originario dello Utah, che era diventato il finanziatore dell’intera operazione.

A questo punto Guy Lawson si ritrova con un sacco di materiale interessante, e la storia diventa molto succulenta. In ballo non c’è solo la truffa astutamente perpetrata dai ragazzi della AEY inc. ai danni del dipartimento della Difesa, ma entra in gioco il governo degli Stati Uniti che negli anni delle guerre in Iraq e Afghanistan diventa il più grande trafficante di armi del mondo, al di fuori di qualsiasi controllo da parte del Congresso, degli altri organi federali e anche dei mass media.

L’obiettivo primario del Pentagono è quello di rifornire alla svelta i due nuovi eserciti a Kabul e Baghdad, e se questo comporta acquistare enormi quantità di armi e munizioni dai paesi dell’ex blocco sovietico non ci si fanno molti scrupoli né tantomeno ci si mette a verificare con attenzione i fornitori. E quando serve si chiamano in causa gli intermediari, come i tre giovani protagonisti di Trafficanti, ben disposti a suon di tangenti, imbrogli e raggiri a trattare le armi nei Balcani, permettendo al governo di tenersi lontano dal lavoro sporco e, contemporaneamente, di avere delle vittime pronte ad essere sacrificate se la pentola venisse scoperchiata.

La storia dei tre amici di Miami Beach illustra chiaramente i fallimenti delle guerre in Afghanistan e in Iraq. È un racconto che il governo ha cercato di mettere a tacere… Fino a oggi.
È una storia che non avreste mai dovuto leggere.

Questa dettagliata inchiesta giornalistica, con uno stile asciutto e coinvolgente, ha il merito di aprire gli occhi dell’opinione pubblica su un aspetto, talvolta sottovalutato: la guerra, qualsiasi guerra, è prima di tutto un enorme business.
Lo sa bene il regista di questa ingegnosa truffa, Efraim Diveroli, che all’inizio della vicenda ha solo 18 anni ma un grande talento nel commercio delle armi, grazie anche ad uno zio che da tempo operava nel settore.
Diveroli, tra uno spinello e due tiri al bong, passa le giornate a scandagliare il sito, tuttora esistente se vi interessa dare un’occhiata, Federal Business Opportunities o FedBizOpps come lo chiamano gli addetti ai lavori, dove il governo americano pubblica i bandi per la fornitura di beni e servizi per i quali anche le piccole aziende possono presentare delle offerte. C’è davvero di tutto in questo sito, dai generatori di corrente ai lanciarazzi, dai sedili per wc ai carri armati, e Diveroli ha una certa familiarità con questo mondo e, soprattutto, smania di arricchirsi e diventare un trafficante di armi internazionale.

Inoltre, Diveroli e la sua AEY sfruttano un altro vantaggio: un cambiamento nel sistema degli appalti militari voluto proprio dal governo. Infatti, dopo che all’inizio della guerra in Iraq e Afghanistan il Pentagono aveva assegnato, senza alcuna gara, le prime forniture da svariati milioni di dollari a società come Halliburton e Blackwater che potevano contare su una fitta rete di agganci politici, tra i quali lo stesso vicepresidente Dick Cheney, si era sollevata un’ondata di indignazione popolare e il presidente Bush aveva quindi deciso un netto cambio di rotta imponendo che gli appalti fossero disponibili sul sito internet del governo, che fossero aperti alla concorrenza e che offrissero condizioni favorevoli anche alle piccole società. Taaaac. Ecco che il gioco si fa interessante.

Durante la presidenza Bush, gli appalti militari privati passarono da centoquarantacinque miliardi di dollari nel 2001 a trecentonovanta miliardi nel 2008. I giganti dell’industria militare come Raytheon e Lockheed Martin trasformarono lo sciacallaggio di guerra da crimine a modello di business.
Perché mai un fattone di Miami Beach non avrebbe dovuto gettarsi nella mischia?

Ma la guerra non è un ambiente ostile solo in prima linea, anche il mercato delle forniture presenta rischi altissimi e si ha a che fare con una serie di società e personaggi non proprio di primo pelo. Ma l’ambizione di Diveroli di diventare ricco in breve tempo è ossessiva. Così, dopo aver incassato quasi due milioni di dollari dai primi piccoli appalti, le cosiddette crumbs ossia le briciole della torta, Diveroli si ingolosisce e decide di fare un salto di qualità riuscendo a coinvolgere nell’impresa l’amico Packouz, di qualche anno più grande e che, oltre a fare il massaggiatore, aveva iniziato un piccolo commercio di tessuti su internet. Nonostante sia un ragazzo più riflessivo e inizialmente preoccupato dall’entrare nel business della guerra, Packouz rimane allibito dai guadagni apparentemente facili dell’amico e, inoltre, la sua ragazza Sara rimane incinta e ha quindi bisogno di aumentare le proprie entrate. La AEY ha ora due soci.

Inizia così la loro avventura, un viaggio nel torbido mondo dei signori della guerra come Henri Thomet, nel film interpretato da Bradley Cooper, il commerciante di armi svizzero che, fiutando la loro smania di arricchirsi e la loro ingenua inesperienza, si offre di aiutarli a trattare con i paesi del blocco sovietico, in particolare con l’Albania.

Il governo americano aveva bisogno di società come l’AEY per arrivare a uomini del genere di Thomet. […] Allo stesso modo, Thomet stava usando Diveroli e Packouz per fare affari con il Pentagono. Malgrado la spavalderia di Diveroli, in verità i due ragazzi facevano solo da passacarte e se le cose di fossero messe male sarebbero diventati il perfetto capro espiatorio.

Astuzia, doppio gioco, diffidenza, imbrogli e tangenti. Trafficanti racconta con dovizia di particolari un mondo ai più sconosciuto, il backstage di ogni guerra, sommossa, golpe e rivolta popolare sulla faccia della terra. Un sottobosco torbido di intrallazzatori e colletti bianchi in cui si mescolano industria e politica, codici cifrati e società fantasma, gangster, droga e prostitute, the dark side of the war potremmo dire, un sistema marcio fino all’osso ma che deve continuare a stare in piedi per far girare miliardi di dollari mentre alimenta nell’opinione pubblica l’idea che la guerra in qualche modo serva alla democrazia. E nel quale i pesci piccoli, felici dopo qualche boccone di plancton, finiscono inevitabilmente sbranati dagli squali.

“Le cose andavano così nel commercio internazionale di armi.
L’industria bellica e la politica erano strettamente intrecciate, non si poteva trattare con l’una senza avere a che fare anche con l’altra.
Il nostro destino dipendeva esclusivamente da macchinazioni politiche. Non sapevamo nemmeno da che parte stavamo, chi stavamo aiutando e chi stavamo danneggiando.
C’erano forze oscure là fuori, e molti pericoli che evidentemente non eravamo in grado di capire.”

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