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Ricordo che mi sono imbattuto in questo libro l’anno scorso, alla Feltrinelli di viale Marconi a Roma, incuriosito da tre cose: una sensuale copertina rossa in carta rigata, una fascetta gialla che mi segnalava che l’autore Viet Thanh Nguyen aveva ricevuto il Premio Pulitzer per la narrativa nello stesso 2016 e, last but not least, una breve recensione in quarta di copertina a firma Vietnam Veterans of America: “Abbiamo atteso a lungo il grande romanzo sulla guerra del Vietnam, e ora eccolo, è arrivato”.

Il simpatizzante, Viet Thanh NguyenColpito positivamente da questi tre elementi, non ci ho pensato due volte e mi sono preso Il simpatizzante, romanzo edito da Neri Pozza nella collana Bloom, 508 pagine per 18 euro. E senza neanche attendere troppo, a volte compro libri che leggo a distanza di mesi, mi ci sono tuffato a capofitto, sopraffatto dal desiderio di conoscere un punto di vista originale e finalmente “indigeno” su uno dei conflitti più cruenti e sanguinosi della storia contemporanea.

Aggiungo che fin da ragazzino, avrò avuto quattordici o quindici anni, mi sono interessato alla guerra del Vietnam, inizialmente sulla spinta delle forti emozioni suscitate da film come Platoon o Full Metal Jacket, e poi negli anni invogliato ad approfondire la questione lessi diverse cose, anche se devo ammettere sempre opere di scrittori, giornalisti e reduci di guerra americani, quindi partorite da un punto di vista a stelle e strisce.

La possibilità che Il simpatizzante mi dava era pertanto del tutto nuova e allettante. Leggere il romanzo di un giovane autore vietnamita naturalizzato statunitense, nato nel 1971 nella terra verso il sud, ma che all’età di quattro anni dovette trasferirsi con la famiglia negli USA in un campo allestito in Pennsylvania per ospitare i profughi in fuga dal Vietnam. Una storia personale che è già di per sé un romanzo e racchiude un punto di vista privilegiato per inquadrare l’orrore di una guerra che ha lasciato su entrambi i fronti ferite fisiche e psicologiche perenni, con una popolazione – quella vietnamita – martoriata prima dall’occupazione francese e poi da quella americana, spogliata della propria cultura e sradicata dalla propria terra per finire trapiantata nella nuova realtà occidentale e, infine, il rapporto esistente tra vietnamiti e americani, ieri come oggi.

E la forza di questo romanzo, al di là della convincente struttura narrativa che contiene anche interessanti elementi di una spy story, sta proprio nella capacità di affrontare e sviscerare i fatti e gli intrighi da un doppio, antitetico punto di vista, vietnamita e americano. Un racconto costantemente caratterizzato dall’ambivalenza del protagonista, un personaggio complesso e dibattuto, al tempo stesso abile spia vietcong e ufficiale della polizia nazionale del Vietnam del sud filo-americano. Un uomo devoto alla propria causa ma anche capace di mettere in dubbio il proprio credo politico nel progredire della trama. Un testo dallo stile poderoso, in cui anche i dialoghi si mescolano alla narrazione senza alcun segno ortografico, grondante di freddezza e cinismo quando trasmette il senso di alienazione, sospensione, sofferenza personale e collettiva che il protagonista ci racconta nel corso di una lunga e appassionata confessione.

Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. E un uomo con due menti diverse, anche se questo probabilmente non stupirà nessuno.

Il simpatizzante prende avvio nel mese di aprile del 1975 a Saigon quando l’avanzata da nord dei Vietcong appare ormai inarrestabile e le gerarchie militari, coadiuvate dalla CIA e dai diplomatici americani, stanno organizzando la fuga da un paese allo sbando, corrotto e incapace di opporre resistenza. A calarci in questa difficile realtà storica è il Capitano, il protagonista del romanzo, che da cinque anni vive e lavora per conto del Generale della polizia politica della capitale sud vietnamita, con il quale ha instaurato un profondo rapporto di stima e amicizia. Era un epicureo e un cristiano, nell’ordine, un uomo di fede che credeva nella gastronomia e in Dio; nella moglie e nei figli; nei francesi e negli americani.

Assieme a Claude, un fidato agente di collegamento della CIA, il quale benché fosse un intellettuale, aveva un fisico tipicamente americano: spalle da vogatore e bicipiti muscolosi,  il Capitano è chiamato ad organizzare in tempi brevissimi la fuga in aereo da Saigon e affronta così il triste compito di compilare la lista di chi potrà partire e salvarsi e di chi, invece, sarà costretto a rimanere e affrontare, a seconda dei punti di vista, la “caduta” o la “liberazione” della città da parte dell’esercito comunista.

Scopriamo anche che il Capitano è spregevolmente definito un “bastardo”, figlio di una povera cameriera vietnamita e di un prete cattolico francese che non lo hai mai riconosciuto, e ha due amici fraterni: Bon e Man.
Il primo è un paracadutista repubblicano visceralmente anti-comunista per solidi motivi personali, Neanche il berretto da paracadutista e la tenuta da combattimento stirata alla perfezione potevano distogliere lo sguardo dalle orecchie a sventola, dal mento perennemente rincagnato nelle pieghe del collo e dal naso schiacciato e deviato a destra, proprio come le sue idee politiche; mentre il secondo è il suo mentore politico, il collega di cospirazioni che, anni addietro, aveva già inviato il Capitano in America per imparare le tecniche di spionaggio e conoscere dal di dentro la società e la cultura americana. Un periodo durante il quale rimane affascinato sia dallo stile di vita aperto e libertino della California degli anni Sessanta, sia dalla musica, la letteratura e la poesia, in particolare quella di Ralph Waldo Emerson.

La mia attenzione era equamente suddivisa tra le esotiche e brunite studentesse in canottiera e short, che prendevano il sole stese su un tappeto d’erba, e quella frase che si stagliava sulla pagina bianca: “La coerenza è lo spauracchio delle piccole menti”.

Il Capitano, pur sostenuto da radicati ideali marxisti, è costretto a convivere con una conflittuale dicotomia, sia a livello personale per essere un bastardo come viene definito in senso spregiativo da tutti, tranne che dal Generale e dai suoi due amici; sia a livello politico per aver sposato la causa comunista pur essendo ammaliato dal pensiero e dalla cultura occidentale; sia, infine, per quanto riguarda le più strette amicizie, essendo profondamente legato a due uomini diametralmente opposti come Bon e Man.

Noi tre siamo fratelli di sangue.
E rimarremo fratelli di sangue anche se dovessimo perdere questa guerra, perfino se dovessimo perdere il nostro paese. Mi guardò, con gli occhi lucidi. Per noi, la parola “fine” non esiste.

Ma è proprio la sua condizione di eurasiatico, termine coniato dagli inglesi in India, amerasiatico, come lo definiscono i soldati americani, che offre al Capitano la possibilità di comprendere le ragioni delle due parti in guerra, di valutare e tollerare i valori e i limiti intrinseci ad entrambe le culture e alle rispettive organizzazioni sociali e politiche. Il doppiogiochista organizza quindi a bordo di un C-130 Hercules, un grosso camion dell’immondizia con un paio di ali appiccicate, il volo verso la “salvezza” negli Stati Uniti e verso una nuova fase della sua missione di infiltrato: tenere sotto osservazione il Generale esiliato in America e informare Man sull’organizzazione di eventuali operazioni militari dell’esercito sconfitto.

Giunti prima a Guam e poi a Los Angeles, i profughi costituiscono una comunità di esiliati, tra cui diversi ex ufficiali di Saigon, ma faticano ad adattarsi al nuovo stile di vita occidentale e soffrono la nostalgia di chi ha lasciato le proprie radici al di là dell’oceano. L’orgoglioso Generale, assieme alla moglie, cerca di tenere alto il morale dei concittadini alimentando il sogno di un imminente ritorno in patria, mentre il Capitano, già abituato alla vita negli USA, trova lavoro in un college e avvia anche una relazione con Ms Sofia Mori, una collega nippo-americana che portava un paio di occhiali con la montatura di corno tempestata da zirconi, che con lui condivide la sensazione di vivere a cavallo di due mondi e tanto perchè tu lo sappia, non credo nel matrimonio, ma credo nell’amore libero.

Ed è nelle sue lettere segrete a Man (diventata la zia), criptate con l’inchiostro simpatico, che la spia vietcong descrive anche con toni grotteschi i risultati dello sradicamento coatto del suo popolo immerso nella nuova cultura occidentale:
Oh, la salsa di pesce!  Quanto ne sentivamo la mancanza, cara zia! Non c’era un solo piatto che avesse il sapore giusto, senza la nostra salsa! […] Usavamo la salsa di pesce come i contadini della Transilvania usavano l’aglio per tenere lontani i vampiri. Nel nostro caso, lo scopo era creare una barriera che ci separasse dagli occidentali, sempre pronti a criticare quando in realtà, a puzzare sul serio, era il loro formaggio. In fondo, che cos’era mai il pesce fermentato, in confronto al latte cagliato?

Un altro capitolo fondamentale Viet Thanh Nguyen lo dedica al cinema americano, alla fabbrica dei sogni di Hollywood che ha fortemente influenzato in senso univoco l’immaginario collettivo occidentale nel dopoguerra. Una lucida critica mossa attraverso le vicende del protagonista che viene arruolato dal Grande Autore, un regista di successo, per verificare i dettagli della sceneggiatura de Il villaggio, la sua nuova pellicola sul vostro angolino di mondo.

Sono pagine di fulgida bellezza, in cui i due continenti culturali si incontrano e si scontrano inevitabilmente, dove traspare evidente la volontà del cinema americano di raccontare il popolo vietnamita secondo un banale e parziale stereotipo occidentale, tralasciando qualsiasi elemento di autenticità e credibilità, esaltando a senso unico le virtù e il patriottismo a stelle e strisce contro uomini inanimati, nemici crudeli, assetati di sangue, esseri umani che possono essere solo vittime o torturatori, come ha spiegato lo stesso scrittore in un’intervista.

Se ricordo bene, alle pagine 26, 42, 58, 77, 91, 103 e 118, e praticamente in tutti i punti della sceneggiatura dove c’è una battuta riservata a un vietnamita, il vietnamita urla.
Non parla mai: urla e basta. Dovrebbe almeno farlo urlare nel modo giusto.

Il Capitano è un uomo chiamato a macchiarsi di terribili delitti, ma non per questo smarrisce o nasconde la sua umanità, anzi, la sua condotta diventa la lente d’ingrandimento per una disamina approfondita del sistema di valori dell’una e dell’altra parte. Non è privo di rimorsi, non è indifferente alle sofferenze impartite, ma è anche capace, a modo suo, di amare e rispettare, come la pena che manifesta per i suoi concittadini rimasti in patria a farsi rieducare dal nuovo regime.

Benché avessi lasciato il paese per scelta almeno quanto per effetto delle circostanze, confesso che non potevo evitare di provare pietà per i miei infelici connazionali, e che i germi del loro dolore mi erano rimasti addosso come una febbre intermittente, costringendomi a vivere troppo spesso avvolto nella fitta nebbia dei ricordi.

Non c’è ipocrisia e non c’è nemmeno un asettico perdono. Esiste però la possibilità di affrontare il proprio presente, di trovare un modo per convivere nelle diversità e di perseguire, ciascuno a modo proprio, quella libertà di cui entrambi gli schieramenti si fanno portavoce e difensori, entrambi imperfetti, fanatici, appassionati e difettosamente umani.

Leggete questo romanzo perchè è il piede di porco per scardinare vecchi schemi mentali, stereotipi ammuffiti, per tornare a spalancare gli occhi di fronte ad una immane tragedia della storia, che è stata prima di tutto – come avviene per tutte le guerre – una tragedia umana, di persone e genti, perchè le guerre sono combattute dalla più bella gente che c’è, scriveva Hemingway in Addio alle armi, ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne.

Leggetelo e godetevelo parola per parola, se volete ascoltare e capire anche quello che gli altri pensano di noi, del nostro mondo di supermercati e rock n’ roll, senza barriere, senza confini, senza pregiudizi, costretti gli uni contro gli altri dalle scellerate decisioni del passato che si riflettono nel presente in tutta la loro complessità.

E nonostante il nostro punto di vista rimanga comunque parziale e adulterato da anni di indottrinamento culturale, impariamo dal Capitano, innalzato dal proprio status di bastardo, a riconoscere e apprezzare le qualità delle persone, il talento e il valore degli individui al di là delle loro origini. La stima per il Generale è autentica, come lo è l’amore fraterno per i suoi due amici o il rispetto per il Maggiore crapulone come anche l’infatuazione per Ms Mori. I sentimenti di una spia doppiogiochista potrebbero apparire come debolezze in una scala di valori occidentale, ma nel suo ambivalente universo amerasiatico diventano la cartina di tornasole della sua integrità, radici universali che scavano nella coscienza, eccezioni che non confermano la regola, ma ne riscrivono una completamente nuova, in grado di sfidare e superare qualsiasi ideologia: noi sopravviveremo!

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