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Un uomo che è anche un padre, un bambino che è anche suo figlio, un carrello della spesa riempito con quattro stracci e un po’ di cibo e tutto attorno un mondo che è diventato una fredda e inospitale coltre di cenere, macerie, fame e disperazione.

La strada Cormac McCarthyLa strada, edito da Einaudi, 218 pagine per 12 euro, è il secondo romanzo che leggo di Cormac McCarthy (dopo Il buio fuori) e mentre ne succhiavo il midollo dalle sue pagine impregnate di fatica, sofferenza, grigiore e simbolismo, sentivo crescere a poco a poco la sensazione di essere di fronte ad un grande scrittore e ad un’opera molto più profonda di quanto possa apparire ad una prima lettura.

Il premio Pulitzer per la Letteratura del 2006 è, infatti, un romanzo che merita di entrare nell’olimpo del genere distopico, raffigurandoci con uno stile secco ed essenziale  una moderna apocalisse, uno scenario desolato di morte e distruzione in cui la fiammella della speranza di una possibile redenzione per il genere umano è tenuta in vita dalla ingenua ma ferrea volontà di un bambino e strenuamente difesa dalla forza e dal coraggio di suo padre.

Non sappiamo perchè il pianeta (o forse solo gli Stati Uniti) è ridotto ad un informe ammasso di rovine, probabilmente una qualche guerra nucleare o un’esplosione di proporzioni bibliche ha azzerato la natura e ogni sua forma di vita, ma sappiamo solo che l’uomo e il bambino (non conosceremo mai i loro nomi) sono tra i pochissimi superstiti di questa ecatombe e come due zombie affamati camminano lungo la strada verso sud con gli zaini in spalla, spingendo un carrello malconcio con i loro pochi averi, in cerca di calore, cibo e una nuova ipotetica esistenza.

Nulla attorno ai due protagonisti sembra aver mantenuto una qualche parvenza di normalità: il cielo plumbeo e coperto di cenere, le città distrutte e saccheggiate, gli alberi spogli se non sradicati, le macchine lungo la strada bruciate, corpi carbonizzati ovunque, scorte alimentari inesistenti o razziate da chi li ha preceduti.

Il loro mesto pellegrinaggio è una continua e agghiacciante testimonianza che niente e nessuno è riuscito a sopravvivere al disastro. Neanche la moglie dell’uomo, la madre del bambino, ha potuto sopportare di vivere in questo incubo e ha deciso di uccidersi.

Solo il padre ha una memoria che può includere un prima e un dopo di quell’apocalisse. Suo figlio invece no, è nato nei giorni della distruzione e quindi non conosce un modo diverso di vivere e ha una visione monocromatica del suo ambiente. Un mondo cupo e tetro che sembra frutto di una visione critica di McCarthy nei confronti dello stile di vita contemporaneo, del consumismo sfrenato, della tecnologia onnipresente e della mancanza di rispetto nei confronti della natura e tra gli stessi esseri umani.

I due vagano per la strada, esplorando le città che incontrano, un supermarket, la casa natale del padre ridotta ad uno scheletro di ricordi che, oggi, sono solo ferite riaperte.

Io dormivo qui. In un lettino contro questa parete. Migliaia di notti a sognare i sogni della fantasia di un bambino, mondi di volta in volta generosi o terrificanti ma mai il mondo che sarebbe stato davvero. Aprì la porta del ripostiglio quasi aspettandosi di trovarci le sue cose di un tempo. Dal tetto pioveva la cruda e fredda luce del giorno. Grigia come il suo cuore.

Con l’obiettivo di raggiungere il mare del sud, padre e figlio risalgono i monti Appalachi in una coltre di gelo e, come in una via Crucis post-nucleare, ad ogni fermata sembrano sempre sul punto di cadere e soccombere, ma invece ogni volta ritrovano nel loro simbiotico rapporto le ultime flebili forze per resistere e ripartire. I dialoghi tra padre e figlio sono teneri, delicati, sinceri, a volte ironici, a volte freddi e taglienti come l’aria che respirano e che li debilita giorno dopo giorno. Ma è sempre e solo l’uno nell’altro che trovano la forza per proseguire il cammino.

Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c’è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri.
Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te.

La strada è la loro unica via verso la salvezza, ma al tempo stesso è anche il loro girone dell’inferno, un luogo spogliato di ogni sentimento umano, continuamente minacciato e infestato da individui brutali, spietati assassini che si aggirano furtivi a caccia di altri derelitti da mangiare come osceni cannibali senza alcun rimorso.

Volevi sapere com’erano fatti i cattivi. Adesso lo sai.
Potrebbe succedere di nuovo. Io ho il dovere di proteggerti.
Dio mi ha assegnato questo compito.
Chiunque ti tocchi, io lo ammazzo. Hai capito?
Sì.
Il bambino se ne stava lì intabarrato nella coperta. Dopo un po’ alzò gli occhi. Siamo ancora noi i buoni?, disse.
Sì. Siamo ancora noi i buoni.
E lo saremo sempre.
Sì. Lo saremo sempre.
Ok.

Buoni e cattivi. Il mondo ridotto a un cumulo di macerie, sommerso dalla cenere che neanche la pioggia riesce a lavare, è una landa triste e desolata in cui gli ultimi sprazzi di umanità sono custoditi e difesi nel cuore di un bambino e nella pistola di suo padre.
E i due sembrano diventare i profeti di un messaggio universale, quasi mistico, che vale la pena di tenere in vita a tutti i costi, i portatori sani di un virus benefico che deve tornare ad essere diffuso tra la gente perchè gli uomini abbiano ancora un futuro possibile sulla terra.

Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.

Il fatto che il bambino non porti con sé alcun ricordo legato al periodo precedente la devastazione gli permette di ostentare ancora una purezza di sentimenti che il padre sembra aver perso irrimediabilmente, straziato dalla perdita della moglie e da una malattia che diventa ogni giorno più grave. Uno spirito così giovane, invece, non è stato ammorbato dai mali e dalle orribili nefandezze degli adulti che hanno reso il mondo un luogo di una tale disperazione che morire sembra la soluzione preferibile.

Il bambino diventa per il padre l’ultimo baluardo di una speranza da proteggere di giorno e cullare la notte, da sfamare con quel poco che i due racimolano in qualche casa abbandonata, da difendere e consolare quando i cattivi riappaiono e sembrano poter prevalere sulle loro scarse residue forze vitali.
I due si sostengono a vicenda, passo dopo passo, in alcuni giorni camminando solo per pochi chilometri, superando momenti di indicibile difficoltà fisica e mentale, avvertendo più volte l’infida presenza della morte insinuarsi tra loro.

Ho letto che McCarthy ha studiato in una scuola cattolica prima di frequentare l’università. Non so se questo retaggio abbia influito nella genesi del romanzo, che del resto non intende offrire certezze o verità di alcun tipo, lasciando al lettore una piena libertà di riflessione. Ma le figure simboliche del bambino e di suo padre sono comunque solidissime allegorie in un contesto diabolico. Ci aggrappiamo alla loro tenace resistenza per non precipitare nel vuoto che ci circonda e che temiamo possa essere più vicino di quanto sembri. Nella profondità del rapporto tra padre e figlio, come nella evocativa figura del vecchio viandante Ely, che ci rimanda al profeta Elia, scorgiamo i fili nascosti di una relazione con Dio. Ma è solo un accenno, una flebile luce che cerca di squarciare le tenebre in cui tutto e tutti sembrano definitivamente avvolti.

Quando ho visto quel bambino ho creduto di essere morto.
Ha pensato che fosse un angelo?
Non sapevo che cosa fosse. Non avrei mai pensato di rivedere un bambino. Non immaginavo che sarebbe successo.
E se le dicessi che è un dio?
Il vecchio scosse la testa. Ormai certe cose me le sono lasciate alle spalle. Da anni. Dove gli uomini non riescono a vivere gli dèi non se la cavano certo meglio. Vedrà. Stare soli è il minore dei mali.
Quindi spero che quello che ha appena detto non sia vero, perchè essere in viaggio con l’ultimo degli dei sarebbe terribile; spero proprio che non sia vero. Le cose andranno meglio quando non ci sarà più nessuno.

Se è rimasto un briciolo di umanità in questo tetro mondo, essa è tutta nel bambino. Solo lui, infatti, riesce ancora a provare pietà per gli altri superstiti che incrociano lungo il cammino e soffre nel vedere la loro condizione disperata che è la stessa che lui e il padre vivono quotidianamente. Rifugge con orrore la violenza e il cannibalismo divenuto legge della strada, ripudia qualsiasi forma di cattiveria, anche giustificata dalla situazione, cerca nonostante tutto di rimanere un essere umano, sensibile, aperto al dialogo e disponibile ad aiutare il prossimo, sia esso un uomo o un animale.

Te lo ricordi quel bambino, papà?
Sì, me lo ricordo.
Secondo te sta bene, quel bambino?
Ma certo. Secondo me sta bene.
Secondo te si era perso?
No. Non credo che si fosse perso.
Ho paura che si fosse perso.
Secondo me sta bene.
Ma chi lo troverà se si è perso? Chi lo troverà, quel bambino?
Lo troverà la bontà. È sempre stato così. E lo sarà ancora.

E così alla fine della strada rimane il bambino a rappresentare la speranza. L’unico superstite a non essersi inquinato la coscienza nel mondo che c’era prima, può portare avanti il fuoco della bontà e l’auspicio di una rinascita collettiva, di un nuovo mondo da ricostruire sulle ceneri di quello vecchio e malato. Per tornare nei torrenti di montagna a prendere tra le mani i salmerini.

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