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Solo chi ha vissuto davvero la guerra può raccontarla in tutta la sua crudele assurdità.
E solo grandi scrittori come Céline, Hemingway e Vonnegut possono trarre dall’esperienza drammatica della guerra la linfa per scrivere dei capolavori immortali.

Perché se la guerra insomma era tutto quel che non si capiva, come scriveva Louis-Ferdinand Céline nel suo cupo Viaggio al termine della notte , e che in guerra ci va la più bella gente che c’è, come dichiarava Ernest Hemingway in Addio alle armi, in questo suo romanzo Kurt Vonnegut ci spiega che i reduci più simpatici di Schenectady, i più gentili e i più divertenti, quelli che odiavano di più la guerra, erano quelli che avevano combattuto per davvero.

Ma rendere in un romanzo la follia della guerra e l’orrore umano dei poveri cristi chiamati a combatterla, quasi sempre ragazzi giovanissimi, se non addirittura bambini (da cui il secondo titolo dell’opera La crociata dei bambini), e oltre a tutto questo riuscire anche a delineare un’originale e sarcastica lettura politica, sociale e filosofica del proprio tempo non è affatto un’impresa semplice.

Kurt Vonnegut Mattatoio n. 5Ci riesce magistralmente Kurt Vonnegut, scrittore di origini tedesche nato a Indianapolis nel 1922, nel suo Mattatoio n. 5, pubblicato nel 1969, edito in Italia da Feltrinelli, 196 pagine per 9 euro (non avrei potuto spenderli meglio!).
Un romanzo difficile da etichettare, che ha mille chiavi di lettura, che sa essere spietato e ironico, grottesco e drammatico, visionario e razionale, fantascientifico e storico. Un’opera gigantesca e illuminante, che mi ha preso, sedotto, conquistato e sconvolto. E da un libro non saprei davvero cosa chiedere di più.

Non vi dirò quanto mi è costato in soldi, tempo e ansietà, questo schifoso libretto.

Scrivi di quello che hai visto. Già, sembra facile, ma i ricordi di un reduce americano della seconda guerra mondiale sono schegge arrugginite che a estrarle dalla mente riaprono vecchie ferite e provocano dolore e ansia. Perché i pochi superstiti del bombardamento alleato di Dresda, la splendida città sul fiume Elba definita la Firenze del nord, in quella tragica notte del 13 febbraio 1945 che causò la morte di 135 mila civili (oggi cifra ridimensionata a circa 25 mila persone), da quella grotta sotto al mattatoio n. 5 forse non sono mai riusciti ad uscire del tutto.

Vonnegut ne è consapevole e riceve un’ulteriore conferma quando, accompagnato dalla giovanissima figlia e dalla sua migliore amica, va a trovare il suo ex commilitone Bernard V. O’Hare con la speranza di raccogliere qualche aneddoto interessante per il suo libro su Dresda. Ad aprirgli la porta è la moglie Mary (alla quale dedicherà il romanzo), che fin da subito palesa un evidente nervosismo per quella visita, mettendo in imbarazzo il marito. In pochi minuti la rabbia della donna esplode e ci svela una verità sofferta.

“Eravate solo dei bambini, durante la guerra… Come quelli che stanno giocando di sopra!”
Annuii; era vero. All’epoca della guerra eravamo degli stupidi sbarbatelli, appena usciti dall’infanzia. […] Allora capii. Era la guerra a farle così rabbia. Non voleva che i suoi bambini o i bambini di chiunque altro si facessero ammazzare in guerra. E pensava che le guerre fossero in parte incoraggiate dai libri e dai film. […] “Le dirò una cosa” feci. “Lo intitolerò La crociata dei bambini.”
Da quel momento diventammo amici.

Vonnegut allora sfodera un colpo da fuoriclasse, un lampo di genio allo stato puro e, alla fine del primo capitolo che è una sorta di introduzione, ripone il peso del suo racconto sulle spalle del giovane Billy Pilgrim, che alla fine mi ha ricordato un po’ Forrest Gump per quel suo ingenuo candore, quella timidezza che lo rende vulnerabile alle crudeltà degli uomini e quel suo modo spontaneo e passivo di affrontare le cose belle e brutte della vita così come vengono, tanto non le possiamo cambiare. Il motto Così va la vita ripetuto più e più volte nel romanzo a ribadire l’ineluttabilità del fato, mi ha ricordato la scatola di cioccolatini della mamma di Forrest, non sai mai quello che ti capita.

Ora ho finito il mio libro sulla guerra. Il prossimo che scriverò sarà divertente.
Questo è un disastro, e non poteva essere altrimenti, poiché è stato scritto da un pilastro di sale. Comincia così:
Ascoltate:
Billy Pilgrim ha viaggiato nel tempo.
E finisce così:
Puu-tii-uiit?

Il viaggio al termine della notte di Vonnegut diventa così una sorta di romanzo picaresco, un Ritorno al futuro in cui il protagonista Billy Pilgrim ci racconta la sua vita e la sua tragicomica esperienza di guerra in un continuo e spiazzante andirivieni nel tempo, senza una DeLorean, ma con lo sguardo di chi all’inferno ci è stato davvero.

Le rovine psicologiche di chi ha conosciuto in prima persona le nefandezze e gli orrori della guerra non sono curabili dal tempo né tantomeno dai medici, ma forse possono essere sviscerate ed esorcizzate cambiando radicalmente il proprio punto di vista. Vonnegut sovrappone quindi alla storia di Billy Pilgrim un nuovo livello, attraverso un ulteriore viaggio in un universo lontano, fantascientifico, in cui osservare da cinquecento milioni di chilometri la Terra e il comportamento dei suoi buffi abitanti.
La natura umana, il concetto del tempo e della morte, l’atrocità della guerra e la difficoltà a vivere in pace possono essere quindi spiegate, e forse accettate, se a rendercene conto sono dei bizzarri abitanti del pianeta Tralfamadore, alti sessanta centimetri, che erano verdi e che avevano la forma di uno sturalavandini, che scendono con il loro disco volante a prelevare Pilgrim la notte del matrimonio della figlia.

“Benvenuto a bordo, signor Pilgrim” disse l’altoparlante. “Domande?”
Billy si passò la lingua sulle labbra, rifletté un momento e infine chiese: “Perché proprio io?”.
“Questa è una tipica domanda da terrestre, signor Pilgrim. Perché proprio lei? Perché proprio noi, allora? Perché qualsiasi cosa? Perché questo momento semplicemente è.
Ha mai visto degli insetti sepolti nell’ambra?”
“Sì.” […] “Be’, eccoci qua, signor Pilgrim, incastonati nell’ambra di questo momento. Non c’è nessun perchè.”

Pilgrim nel pianeta Tralfamadore diviene un animale da zoo, un esemplare umano oggetto di studio per i suoi nuovi amichetti a forma di sturacessi. Ai loro occhi, anzi al loro unico occhio verde nel palmo della manina posta in cima a ogni manico, Billy incarna e rappresenta tutte le virtù, la bellezza (già, secondo il loro originale standard risulta in perfetta forma fisica), le stranezze e le debolezze del genere umano e arrivano addirittura a farlo procreare con un’ex diva del cinema, la sensuale Montana Wildhack. In questo scambio culturale ai confini dello spazio, dai tratti assolutamente ironici, i tralfamadoriani consegnano al loro ospite terrestre una serie di preziosi insegnamenti.

“La cosa più importante che ho imparato su Tralfamadore è che quando una persona muore, muore solo in apparenza.
Nel passato è ancora viva, per cui è veramente sciocco che la gente pianga al suo funerale. Passato, presente e futuro sono sempre esistiti e sempre esisteranno. […]”

Billy Pilgrim trova così la chiave per affrontare con un nuovo spirito le sue innumerevoli difficoltà, disavventure e timidezze. Scopre infatti dai suoi nuovi amici extraterrestri che il segreto sta nel padroneggiare il tempo. Il suo viaggio avanti e indietro negli anni gli permette così di osservare la propria vita, la famiglia, la guerra, il lavoro di ottico, dando di volta in volta il giusto peso e il giusto significato agli eventi del passato, del presente e del futuro, perchè i tralfamadoriani possono guardare i diversi momenti proprio come noi guardiamo un tratto delle Montagne Rocciose. Possono vedere come tutti i momenti siano permanenti, e guardare ogni momento che gli interessa. È solo una nostra illusione di terrestri credere che a un momento ne segue un altro, come nodi su una corda, e che quando un istante è passato sia passato per sempre.

Se gli anni della sua giovinezza, gli studi e la professione di ottico nella città di Ilium a New York, poi la guerra, la prigionia e il bombardamento di Dresda, sono il cuore del racconto, il periodo trascorso su Tralfamadore (temporalmente un microsecondo sulla Terra che corrisponde ad anni sul pianeta) rappresenta la fase della necessaria apertura mentale, il momento della riflessione filosofica, il tentativo di trovare una spiegazione a quanto ha visto e vissuto nella sua esistenza.

Due piani sovrapposti che si intrecciano perfettamente nella narrazione di Vonnegut e che impressionano per lo stile e la profondità di pensiero. L’anti-eroe Billy Pilgrim sopravvive a catastrofi immani della storia come la battaglia nelle Ardenne e la distruzione di Dresda, ma anche a un disastroso incidente aereo in cui è l’unico superstite, e la sua grottesca e a volta comica ingenuità e l’animo gentile riescono sempre ad adattarsi e a farla franca in ogni contesto, sia esso un campo di prigionia, un discorso pubblico ad una riunione del Lions Club o un letto d’ospedale al fianco di un arrogante professore di storia di Harvard che lo snobba e sembra non credere ai suoi ricordi di reduce.

Sono davvero tanti i passaggi splendidi di questo romanzo, ma ne sottolineo in particolare un paio che ho trovato emblematici di tutto il romanzo.
Il primo è la descrizione del campo di prigionia in cui Billy, coperto di un ridicolo cappotto civile che gli sta troppo stretto, viene condotto dai tedeschi assieme agli altri soldati americani catturati tra i boschi delle Ardenne. Qui Vonnegut descrive impietosamente il rapporto e le differenze tra i soldati americani, gli Yank, sporchi, egoisti e rissosi, e gli inglesi, ben organizzati e rispettati dai loro carcerieri.

Gli inglesi erano puliti, dignitosi , forti e pieni d’entusiasmo. Cantavano bene, con voci tonanti. Avevano cantato insieme tutte le sere, per anni. […] I tedeschi li adoravano, perchè pensavano che erano proprio come dovevano essere gli inglesi. Facevano sembrare la guerra una cosa elegante, ragionevole e divertente.

Il secondo è l’incontro con Eliot Rosewater, un ex capitano di fanteria, nel reparto per malati di mente non pericolosi di un ospedale per reduci di guerra. Billy ha chiesto di essere ricoverato durante l’ultimo anno alla Scuola di optometria di Ilium perchè pare stia diventando pazzo. Ma la sua pazzia non è causata dalla guerra bensì dal fatto di dover sposare Valencia e da due esperienze traumatiche avute con il padre durante l’infanzia: la prima quando viene brutalmente gettato in una piscina per imparare a nuotare e la seconda quando suo padre lo porta sull’orlo del Grand Canyon.

Fu Rosewater che fece conoscere a Billy la fantascienza, e in particolare i libri di Kilgore Trout. Rosewater aveva sotto il letto una fantastica raccolta di paperback di fantascienza. […] Kilgore Trout diventò l’autore vivente preferito di Billy, e la fantascienza diventò l’unico genere di storie che potesse leggere. […] Entrambi avevano trovato la vita insensata, in parte a causa di ciò che avevano visto in guerra. Rosewater, per esempio, aveva ucciso un pompiere di quattordici anni, scambiandolo per un soldato tedesco. Così va la vita. E Billy aveva assistito al più grande massacro della storia europea, il bombardamento di Dresda. Così va la vita.

La fantascienza per Billy Pilgrim diventa così l’unico modo per fuggire da quel letto di ospedale, per estraniarsi da tutto e tutti, anche dalla madre che lo passa a trovare. E questa sua passione per Kilgore Trout e i racconti di fantascienza lo aiuta a compiere i suoi viaggi nel tempo, a volare su Tralfamadore in cerca di una spiegazione plausibile al vuoto e agli orrori della guerra, ma anche ad affrontare i traumi infantili.

Nel suo esilio mentale su Tralfamadore Billy sembra trovare le risposte che cerca. Sono risposte laiche perchè su questo strano pianeta, ci spiega, non c’è molto interesse per Gesù Cristo. La figura terrestre che più colpisce i tralfamadoriani è quella di Charles Darwin, che insegnò che chi muore deve morire e che i cadaveri sono un miglioramento.

Ma apprende anche che un intero pianeta può vivere in pace semplicemente imparando ad ignorare le terribili guerre del passato e contemplando i momenti piacevoli e che, alla fine, noi tutti vivremo in eterno, indipendentemente dal fatto che ogni tanto possiamo sembrare morti. E così, a distanza di anni, tornare a Dresda con il suo vecchio commilitone O’Hare diventa una delle esperienze più felici. Tornare sul luogo della prigionia e della morte piovuta dal cielo che ha trasformato Dresda in un triste paesaggio lunare, può rappresentare la fine del viaggio, un modo per riconciliarsi con il proprio presente e cercare di guardare al futuro senza voltarsi ancora una volta indietro.

Dopotutto perchè continuare ad affannarsi per questa effimera esistenza, visto che saranno proprio i tralfamadoriani a porre fine all’universo sperimentando un nuovo combustibile per i loro dischi volanti… Così va la vita, o no?

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