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Era la prima volta che leggevo Thomas Bernhard, autore molto prolifico nato in Olanda da genitori austriaci, nipote dello scrittore Johannes Freumbichler con cui trascorrerà una felice infanzia a Vienna all’inizio degli anni Trenta, considerato tra i massimi esponenti della letteratura tedesca ed europea del Novecento.
E quando approcci certi “mostri sacri” hai sempre enormi aspettative, grande curiosità e un pizzico di sana umiltà che ti porta a pensare: ma riuscirò a capirci qualcosa?

Perturbamento, Thomas Bernhard, AdelphiEcco, ho da pochi giorni terminato di leggere il suo Perturbamento, Adelphi 12 euro (221 pagine), pubblicato in Germania nel 1967 e in Italia nel 1981, il romanzo che ci spiega Claudio Magris in quarta di copertina, lo ha rivelato al mondo e rimane il suo libro più grande ed inquietante, il suo capolavoro.

Vi dico subito che non mi sono ancora fatto un’idea precisa e completa, e forse mai me la farò, tanto potente, cupa, depressiva, triste, disperata e stilisticamente imperiosa mi appare quest’opera. Sono parole e frasi talmente cariche di significato, di riferimenti, pregne di un humus culturale vastissimo, che serve tempo per farle decantare nel cervello e per lasciarle sprigionare tutta la loro prorompente energia. Ricordo che ebbi una sensazione simile quando finii di leggere Viaggio al termine della notte di Céline.

Questo per dirvi che se volete affrontare questa lettura con la necessaria predisposizione dovreste fare uno sforzo, armarvi di pazienza, consapevoli che non sarà una lettura “semplice” (del resto, potremmo dire, quando mai lo è? Ok, ma stavolta ancor di più!).
Quindi, per esempio, dovreste provare a non farvi distrarre dalle solite magagne, tipo dimenticare che la vostra squadra del cuore ha perso l’ultima partita o che l’ultimo esame all’università è andato male o che il capo non vi concede l’aumento, insomma almeno durante la lettura dovreste cercare di estraniarvi dal vostro mondo esterno per avvicinarvi in punta di piedi all’atmosfera grigia, malinconica, ferale e disillusa che vi pervaderà fin dalle prime pagine.

Con questo spirito, possiamo quindi iniziare questo viaggio in Stiria, al seguito di un medico condotto e di suo figlio mentre visitano un variegato universo di ammalati, derelitti, storpi e moribondi, gente brutale di una campagna violenta e volgare, svuotata di ogni aspetto positivo della vita, impregnata di una ineluttabile deriva fisica e morale.

Nella prima parte del romanzo incontriamo vari pazienti del medico sparsi in diversi paesini del meridione austriaco, descritti magistralmente dall’io narrante, il figlio del medico che veniamo a sapere è uno studente di scienze minerarie a Leoben, che con questo viaggio vorrebbe provare a ristabilire un rapporto con il padre, non riuscivamo mai a spiegarci del tutto, e con la sorella, predisposta a ogni sorta di malattie, chiusa in se stessa, viveva la maggior parte del tempo in solitudine con la nostra governante.

Questi pazienti, in modo tra loro diverso, sono tutte figure pazzesche, sì la pazzia permea ogni pagina di questo libro, dalla moglie dell’oste assassinata da un avventore ubriaco, all’amico di suo padre Bloch, un agente immobiliare ebreo, in mezzo a un antisemitismo che ormai era solo grottesco, fra montanari che lo disprezzavano, individui volgari che con lui facevano i loro affarucci e con i quali lui faceva i suoi affari; alla moribonda signora Ebenhöh rinchiusa nella sua stanza, in queste case, che ormai sono abitate soltanto da vecchie donne sole, le quali, abbandonate dai loro discendenti, si riducono a un minimo di vitalità, sono sempre entrato con la sensazione di soffocare, odiata dalla nuora e ormai dimenticata anche dal figlio che, aveva ben presto reso infelice suo padre, fin da piccolo, quando, cominciando a parlare, si era capito che sarebbe rimasto sempre debole di mente.

Tutto nella prima parte del romanzo provoca perturbamento, non solo le persone visitate dal medico e da suo figlio, ma anche i loro gesti, le loro stanze, i loro ricordi, i loro libri, le loro esistenze, tutto sembra ammorbato e scaduto, non si scorgono segnali di guarigione, non si intravede luce alla fine del tunnel. Come quando i due arrivano a Hauenstein dove li attende un ricco industriale, non ancora cinquantenne, ritiratosi in solitudine con la sorellastra in un padiglione di caccia, il quale era immerso in un lavoro letterario che lo tormentava ma anche lo distraeva dal tormento che gli veniva da se stesso. […] In casa dell’industriale non si trovava un solo libro, disse mio padre, di proposito non voleva averne neanche uno per non esserne irritato. Niente irrita di più dei libri, quando si vuole stare soli con se stessi, quando si deve stare soli con se stessi.

Ed è qui, in questa casa spoglia di qualsiasi oggetto superfluo, che al medico incute un’impressione deprimente, che Thomas Bernhard ci presenta uno dei pensieri cardine del suo romanzo, uno dei diversi significati profondi del perturbamento:

Ma nessuno può condurre un’esistenza così totalmente segregata senza riportare danni gravi, anzi gravissimi, allo spirito e al carattere. E’ noto che tutto a un tratto certe persone, in un momento di svolta decisiva della loro vita, una vita che a loro sembra filosofica, scoprono un carcere nel quale vanno poi a rinchiudersi per consacrare la propria esistenza a un lavoro scientifico o a un’infatuazione poetico-scientifica. E che costoro usano portare con sé in questo carcere una creatura a loro devota. E che il più delle volte essi distruggono, sempre lentamente all’inizio, la creatura che hanno portato con sé nel loro carcere e poi, presto o tardi, distruggono se stessi.

Ora, non so se il grande Stephen King abbia letto Bernhard, ma questa descrizione mi ricorda tanto anche il mitico Overlook Hotel di Shining
Ma lo scrittore austriaco, non pago di vederci sprofondare nella melma di questa situazione claustrofobica, da girone dell’inferno dantesco in salsa teutonica, ci porta poi a visitare il mulino dei Fochler, in una gola isolata ai piedi del castello di Hochgobernitz di proprietà del principe Saurau.  Qui incontriamo i figli del padrone del mulino e il loro operaio turco che ci spiega il medico sono deboli di mente, non malati di mente, ma anche i loro genitori, ormai anziani, malati e rinchiusi in casa assieme al loro vecchio e grasso cane lupo, altra figura malefica.
Il mugnaio ha un corpo pesante che marciva sotto la pelle. […] Quanto a sua moglie, aveva acqua nei piedi e l’odore del suo alito indicava che il processo di decomposizione dei lobi polmonari avanzava rapidamente. […] Se non ci fossero stati dei mucchi di mele fresche sparsi qua e là in tutte le camere, l’odore di quei due vecchi e del loro cane lupo sarebbe stato insopportabile.

La faticosa ascesa verso il castello del principe Saurau ha un’ultima tappa, anche questa piuttosto angosciante e inquietante, per visitare il figlio storpio dei Krainer, coetaneo ventunenne del figlio del medico.

Non era più così buio come laggiù nella gola,
ma anche qui tutto sottostava a un influsso di tenebra.

Il giovane Krainer è una specie di mostro a causa delle gravi ed evidenti malformazioni fisiche, ridotto da anni in un letto che, alla bisogna, può trasformarsi con una grata in una specie di gabbia; inoltre, emana un odore nauseabondo e il medico, assieme alla sorella del paziente, fatica a tenerlo fermo per visitarlo.

Espelleva le parole come se le sputasse.
Per lo più le cose che diceva sembravano dette in una lingua orientale. Il ritmo con cui le articolava era strettamente connesso con la sua malformazione fisica.
Quello che diceva era storpio, esattamente come lui.

Krainer un tempo suonava il violino ed è magnifico il passaggio in cui Bernhard ci parla delle incisioni dei Grandi della musica appese alle quattro pareti della stanza e dei commenti che il giovane infermo ha lasciato su ognuna di esse.

Da questo punto in poi inizia la seconda parte del romanzo, intitolata Il Principe, che ci porta ad esplorare gli abissi della mente contorta e folle del principe di Saurau, arroccato assieme alle sorelle nel castello di Hochgobernitz.
Dopo l’escalation necrotica tra omicidi, malati e storpi, e la lenta e difficile ascesa dalla buia gola del mulino dei Fochler al castello, Bernhard ci conduce in un luogo in cui lo sguardo spazia davvero in tutte le direzioni per centinaia di chilometri, come a volerci preludere la possibilità di ammirare tutte le sfaccettature della psiche umana.

E il principe di Saurau ci fornisce tantissimi spunti di riflessione, attraverso un estenuante soliloquio di oltre cento pagine e una prosa complessa e articolata, in cui talvolta ci si può smarrire e può essere necessario tornare indietro di qualche riga per riprendere il filo di una narrazione che rende il perturbamento impetuoso e vorticoso.

Il principe, infatti, parlandoci dapprima dei suoi colloqui di lavoro alla ricerca di un nuovo amministratore per i suoi vastissimi possedimenti agricoli e minerari, conversazioni a tratti anche grottesche e divertenti, diventa progressivamente il fulcro della metafisica di Bernhard che ci appare, come ha splendidamente scritto di lui Claudio Magris, il recensore del caos.

E’ difficile riordinare i fili di una struttura narrativa così magistralmente organizzata, ma emergono, tra gli altri, due temi centrali: il rapporto con il passato e la tradizione, va ricordato che Bernhard fu sempre molto critico verso l’Austria e gli austriaci, al punto da essere accusato di esterofilia dai suoi connazionali, e il rapporto padre/figlio che si è già manifestato nella prima parte del romanzo durante le visite ai pazienti da parte del medico e suo figlio.

Il castello di Hochgobernitz, luogo fisico, diventa anche rifugio spirituale in cui il principe, tormentato da incessanti rumori nella testa, sembra riversarci addosso – attraverso un intricato discorso indiretto dell’io narrante con continui salti temporali tra il resoconto e il tempo dell’azione – il proprio malessere psicologico, la propria lucida follia, saltando a piè pari da un ricordo familiare ad un incontro del presente, da un problema economico nella gestione delle proprie terre ad una considerazione di carattere politico, come quando raccontando del dialogo avuto con uno dei candidati al ruolo di amministratore, dice:
Lo Stato è marcio. Non c’è più niente che valga, dico a Huber, i rossi non valgono niente e i neri non valgono niente, la monarchia naturalmente non vale niente e la repubblica naturalmentenon vale niente. […] Però l’agonia repubblicana è certamente l’agonia più disgustosa, l’agonia più penosa. […] Il popolo è cretino e puzza, è sempre stato così.

Smarriti e affascinati al tempo stesso nel caotico, dissacrante e provocatorio discorso del principe, riusciamo però a vivere anche l’unico prezioso momento di apparente quiete e rappacificazione familiare, che avviene grazie ad uno spettacolo teatrale tenutosi al castello.
“Una notte come quella dopo lo spettacolo, e lo spettacolo era stato bello, dottore, uno spettacolo molto bello,” disse il principe “era stata una notte quieta, la quiete prima dell’alluvione, dottore (grazie allo spettacolo), una di quelle notti quieteche sono diventate rarissime a Hochgobernitz. […] Un gruppo di persone, il cui scopo entro la natura di quella casa era la malvagità più immediata, si trovava improvvisamente privo dei propri strumenti e, grazie all’effetto eccitante dello spettacolo (probabilmente una composizione geniale!), vedeva trasformarsi una giornata filosoficainsopportabile in una giornata non-filosoficasopportabile!

Un sottile piacere che tuttavia ha breve durata. Basta infatti che il principe, il medico e suo figlio passino dalle mura esterne a quelle interne del castello, che il nostro nobile schizzato ci presenti il conto:

Per tutta la vita aveva pensato di ingrandire Hochgobernitz
e un giorno aveva constatato che Hochgobernitz
era davvero raddoppiato.
“Mio figlio, però,” disse “appena avrà in mano Hochgobernitz lo distruggerà”.

Inizia con queste parole una parte del romanzo fondamentale e, a mio modo di vedere superlativa, nella quale il principe Saurau racconta un sogno della notte precedente.
In questo sogno egli vede il figlio, studente a Londra e suo legittimo successore nella gestione di Hochgobernitz, scrivere una lunga lettera in cui esprime fredda e cinica la sua volontà di distruggere l’azienda di famiglia. Il desiderio razionale del figlio di porre fine a tutto ciò che il padre aveva costruito nel tempo, viene a scontrarsi con la figura del segretario comunale Moser, l’espressione tipica della volgarità e della perfidia dell’individuo singolo […] e della perfidia dello Stato, […] Moser squalifica il mondo e il suo creatore. 

Dalla rassegnazione per ciò che ha visto avverarsi nel sogno, il principe torna poi nuovamente a disquisire sui rapporti umani, sulla impossibilità di comunicazione e relazione tra le persone.

In effetti il mondo, come già è stato detto moltissime volte, è un palcoscenico sperimentale su cui si prova in continuazione.
Dovunque guardiamo, vi è un continuo imparare a parlare, a camminare, a pensare, a recitare a memoria, a ingannare, a morire, a essere morti, tutto il nostro tempo se ne va in questo.
Gli uomini non sono altro che attori che vogliono presentarci qualcosa che già conosciamo.

Sono pagine di grande spessore filosofico e spirituale, in cui il pensiero di  Thomas Bernhard affiora dalle parole del principe. Lo scoramento del principe è lo scoramento dell’uomo moderno, incapace di prendere atto della propria condizione, perennemente giudicato da un tribunale di implacabile severità, uomini costretti a vivere in gruppo credendo illusoriamente di essere delle menti filosofiche, ma alla fine quando proviamo ad avvicinarci agli altri per capire cosa pensano…

Posso, mi chiedo, fare un tratto di strada insieme con te nel tuo cervello?
La risposta è: no!
Non possiamo camminare insieme per una stessa strada in un unico cervello. Noi ci costringiamo a non percepire il nostro abisso. Eppure, per tutta la vita, non facciamo altro che guardare 
giù, al nostro abisso fisico e psichico, pur senza percepirlo.

Il finale del romanzo, che naturalmente non vi svelo, è un’ulteriore prova di grande stile e riflette quella sensazione di solitudine e di malattia che ha attraversato l’intero scritto.

Quando ho letto l’ultima riga, richiusa la copertina, ho provato un senso di soddisfazione, perchè credetemi queste sono letture che impegnano a fondo ma arricchiscono qualsiasi lettore.

Perturbamento di Thomas Bernhard è un assoluto capolavoro della letteratura europea e occidentale del Novecento. Le sue profondità non si lasciano scandagliare facilmente, ma richiedono passione e la necessaria perseveranza, sì anche quella che ci spinge a rileggere più volte una frase o un periodo, perchè ad ogni passaggio e ad ogni rilettura questo romanzo sembra volerci offrire nuove interpretazioni, nuovi significati disseminati come briciole di pane lungo il sentiero narrativo, per lo più nascosti ad uno sguardo affrettato, ma autentici, vibranti e geniali per chi decida di affrontare fino in fondo la salita al castello di Hochgobernitz.

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