Menu

Quando leggo i racconti di Carver, non so dire perchè, mi sembra sempre di essere catapultato nella scena ritratta nel famosissimo dipinto Nighthawks di Edward Hopper.
Mi immagino di essere in quel diner, nel cuore della notte, seduto su uno sgabello davanti ad una tazza di caffè, mentre assorto nei miei pensieri vengo catturato dai racconti degli altri avventori, gente per lo più normale, coi problemi della gente normale, il lavoro, l’affitto da pagare, i figli che combinano casini, e poi le solite liti familiari, i pettegolezzi sui vicini e le bevute con gli amici. Insomma, tutto quel variopinto repertorio umano che caratterizza i racconti del maestro, Raymond Carver.

Raymond Carver Vuoi star zitta per favoreQuesta sua prima raccolta dal titolo Vuoi star zitta, per favore?, 225 pagine per 12 euro (Einaudi Super ET) uscì nel 1976 e rappresenta uno spartiacque fondamentale nella vita angosciata e alcolica dello scrittore americano.
Come spiega Paolo Cognetti (sì, quello del Premio Strega di quest’anno) nella prefazione, dopo quindici anni di racconti pubblicati su piccole riviste e una sfilza di lavori saltuari, in quel periodo Carver era alla disperata ricerca di riuscire finalmente a pubblicare una raccolta di short stories o addirittura un romanzo, e tirava a campare (male) in un equilibrio molto precario tra l’alcolismo e il suo altalenante matrimonio con Maryann Burk.

Fortunatamente, per lui ma anche per noi lettori, nel 1975 arrivò la chiamata del suo futuro editor Gordon Lish che, sbarcato a New York come direttore della sezione narrativa della celebre rivista Esquire, gli propose di raccogliere i suoi migliori racconti per il lancio di una nuova collana che gli avevano affidato.

Da “uomo morto, con il cuore freddo e vuoto” come si definiva nel 1973, questa inattesa pubblicazione gli ridiede fiducia e nel 1977 Carver tornò a credere nel suo futuro, smise di bere e incontrò Tess Gallagher che lo accompagnerà nei suoi “dieci anni di pacchia” come li definì in punto di morte.

E’ impossibile, quindi, slegare la vita di Carver dai suoi racconti e dai suoi personaggi. La sua infanzia in una famiglia di origini umili, con una madre cameriera e un padre operaio in una segheria, i suoi mille lavori svolti spostandosi continuamente da una città all’altra, la sua passione per la lettura e la scrittura coltivate tra un impiego e l’altro, ma anche le tantissime difficoltà di un’esistenza fragile, sospesa tra speranze e delusioni, tra ambizione e disillusione, sono tutti piccoli frammenti che compongono il puzzle umano che ritroviamo nei suoi scritti.

Lo stile di Carver è divenuto così preciso e al tempo stesso universale che, spesso, il suo nome viene associato automaticamente alla forma del racconto breve. Una lunghezza ideale per uno scrittore umorale, incostante, disorganizzato e quindi in difficoltà a lavorare per molto tempo su un progetto di ampio respiro come un romanzo.

Un racconto si poteva scrivere in un giorno solo, di getto, e poi metterlo a posto nei momenti di tranquillità. Era qualcosa che si poteva cominciare vedendone la fine: “Cose brevi: avrei potuto sedermi e, con un po’ di fortuna, scrivere rapidamente e farcela”.

Amo i racconti di Carver perchè trasudano realtà, vita vissuta che spesso si rivela difficile, angosciosa, incerta, piena di incontri e scontri tra esseri umani straordinariamente normali, come nel racconto che apre la raccolta, Grasso, nel quale una cameriera racconta all’amica Rita di aver servito la persona più grassa che io abbia mai visto che, a poco a poco, diviene una sorta di premonizione di un imminente cambiamento nella propria vita.

I bar, le tavole calde, i locali aperti tutta la notte in cui i drink scorrono a fiumi e una tazza di caffè è il pretesto per guardare il culo alla cameriera sono lo scenario ideale per lo sviluppo di storie e dialoghi che danno poi vita a riflessioni più ampie sull’esistenza dei protagonisti e sulle loro condizioni miserevoli, umili, tormentate da sogni infranti, disillusione, rapporti umani in lento sgretolamento, come nel racconto Loro non sono tuo marito in cui le ruggini di un matrimonio affiorano nella diatriba su una dieta.

Ma Carver sa anche essere ironico e dissacrante, come in Nessuno diceva niente, dove un ragazzino va a pesca lungo il fiume, ricordandoci in un certo modo i racconti del giovane Hemingway, ma quando rientra a casa trionfante con la propria preda si ritrova a fare i conti con la cruda realtà di due genitori che litigano e non vogliono essere interrotti.

Leggere Carver non mi lascia mai indifferente. Saranno i suoi personaggi, figure a cui manca il coraggio o la volontà di cambiare la propria vita, di compiere scelte difficili, o magari sono le sue storie che mi fanno pensare a come la vita sia sempre sospesa tra la ricerca di una felicità fatta di cose semplici come una serata tra amici, un nuovo lavoro, un viaggio, un po’ di calore umano, e una serie di tanti piccoli e grandi intermezzi di precarietà, incertezza, dolore, nei quali gli esseri umani si sentono soli di fronte alle difficoltà e provano con tutte le forze di cui dispongono a dare un senso alle cose, ad arrivare alla fine della giornata, sbirciando dalla finestra per vedere come vivono gli altri là fuori e per ritrovarsi poi nel cuore della notte a rimestare i giorni passati e le occasioni perdute.

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *